sabato 19 dicembre 2009

Grazie a Ste, in arte Akitob, ecco il proseguio dell'avventura! Buona lettura!

DM
Una cosa non tollero: essere svegliato in maniera brusca!
Ebbene, quella notte, come in realtà molte altre volte, l’elfo mi aveva scosso per aiutarlo a respingere l’assalto tentato contro la nostra compagnia da un vecchio e da due miseri cavalieri. Stupido elfo incapace. Più utile a fiutare in terra la pista di qualche animale che a dar manforte in battaglia.
Ora tutto tace; posso rimettermi anche a dormire, quando ancora una volta l’elfo suggerisce di spostare l’accampamento. Subito, durante la notte, verso il fiume. Qualche battibecco, ma ci incamminiamo, lentamente, stancamente, spossati da tante avventure, da continui scontri, dall’età che avanza, dall’incertezza che accompagna noi e il ragazzo. Bah, il fanciullo che sta così a cuore al giovane ed ambiguo paladino. Per ora ho deciso di non badarci molto, di stare ai patti della compagnia più per tornaconto e comodità che per altro, ma la pesante barra di Mithrill puro che tiene in mano brilla e mi ferisce quasi gli occhi.
Immerso in questi pensieri, trascinando il piede posticcio nel fango, ma soprattutto trascinando il maledetto chierico, svenuto per una banale mazzata sul capo in combattimento, pesante, pingue, troppo onesto, sempre dalla parte del giusto, sempre ossessionato dall’Onda, troppo spesso immerso nelle sue litanie, anche quando infuria lo scontro, mi accorgo che siamo giunti alla nostra meta: un fiume torbido e vorticoso. Un turno di guardia con la mia fedele pipa a rinfrancarmi e albeggia. O meglio si intuisce il giorno attraverso una fitta foschia. Un rumore in lontananza, un nemico? No pecore…si mangia carne fresca? Per ora no. L’elfo non resiste, corre dietro a quell’irritante belato. Torna non molto tempo dopo con al fianco un uomo, un ometto insignificante che si presenta come il pastore, null’altro. Se non altro ci offre di accamparci a casa sua finchè Argail non si sarà ristabilito e Gooose, il mago astuto e valoroso, non riacquisterà i suoi poteri.
E trascino ancora una volta il chierico comatoso.
La casa è una bettola, maleodorante e decrepita; la moglie del pastore invece una bella donna, ma non ho intenzione di arrecare troppo disturbo, non la importunerò.
Appoggio la mia poderosa ascia bipenne sul tavolo, e i due sussultano! Chiedo, quasi con gentilezza, qualcosa per sfamarmi e dissetarmi e piagnucolando mi servono cibo ammuffito e birra vecchia e calda. Il mago sale a “meditare” (chissà poi cosa fa quando si ritira così a lungo). Il chierico viene posto a letto a riposare, così come il fanciullo ed il paladino Leah che si sdraiano insieme al suo fianco.
L’elfo, invece, forse intimorito dalla coppia, tira fuori una moneta d’oro, e la dà al pastore che osa pure lamentarsi. Puntualizzo con cortesia nanica, che è già di gran valore e che non otterrà altro se il servizio sarà questo. Poi escono. Resto solo con la donna. Intuisco che il mio aspetto bellissimo, di nano seducente e maturo la colpisce. Provo a rivolgerle qualche domanda sui druidi, su Armon, sulla foresta di Myr, ma per tutta risposta si mette a piangere. Gli umani sono difficili da capire.
Continuo a bere. Il giorno passa tristemente e lentamente, ma arriva sera. Il buio cala in fretta e con lui una sensazione di freddo e di disagio: un brutto presentimento. La birra mi scalda, ormai ne sono assuefatto. Per la cena, vista la pochezza dell’ospitalità provvedo da me macellando un bell’agnello e offrendolo gentilmente alla signora di casa perché lo cucini. Il risultato è quasi apprezzabile.
Il chierico si risveglia, è provato ma arruolabile. Gooose mi lancia una sfida nel bere e non posso certo tirarmi indietro. Argail ritorna in camera col ragazzo e l’elfo, la coppia si ritira, mentre io insegno al maghetto cosa vuol dire saper bere. All’improvviso Leah lancia un segnale d’allarme, si sarà sbagliato, è giovane e inesperto e ancora troppo precipitoso. Il buio l’avrà ingannato. L’elfo si precipita fuori, Leah insiste; d’accordo, che sarà mai. Esco, il mago alle mie spalle sull’uscio e mentre provo ad abituarmi all’oscurità e a focalizzare l’infravisione una luce abbagliante mi colpisce in pieno petto scaraventandomi contro il muro della casa. Beh, qualcuno c’è! Mi rialzo prontamente appena in tempo per vedere, lluminato dalle luci che il pronto Gooose ha invocato, il vecchio della notte prima materializzarsi davanti a noi. In lontananza il galoppo di due cavalli: bene, possiamo continuare da dove avevamo interrotto. L’elfo attacca, il vecchio risponde, Leah si difende come può. Gooose non capisco cosa combini, però sembra strano. D’un tratto si concentra distende le braccia nella posa per lanciare i suoi dardi e all’ultimo si gira di scatto! Io , probabilmente intontito dal colpo di prima, manco due volte il vecchio colpendo Leah che fa fatica ancora a capire dove posizionarsi in duello: peggio per lui. Finalmente va a segno anche un colpo modesto di piatto della mia ascia. D’un tratto, l’elfo, agendo più per caso che con cognizione finta un attacco con la spada lunga, mancando di proposito l’avversario, e con la spada corta mozza di netto la mano destra del vecchio. Terrorizzato questo unisce i bracciali e saetta dentro casa.
Ma Argail cosa starà facendo? Dall’alto si ode un trambusto. Sciocco lui e le sue stupide mezze magie; estragga la spada piuttosto.
I cavalieri si fanno sotto. Leah corre dietro al vecchi per soccorrere il ragazzo. Gooose si è ripreso e praticamente da solo elimina un cavaliere bruciandolo col freddo.
L’altro carica me e l’elfo che con abilità trancia i legamenti del cavallo facendo precipitare a terra chi cavalcava. Ora siamo tutti alla pari Comincia uno scontro duro, aspro, lungo. I colpi non sempre vanno a segno, l’oscurità ed il precedente duello hanno fiaccato le mie energie. Ma da esperto guerriero quale sono, con l’aiuto stranamente valido dell’elfo chiudiamo lo scontro con la vittoria.
Poi un tonfo. Faccio in tempo a “correre” dietro la casa per vedere un terzo cavaliere morso sul collo da Gooose e improvvisamente svuotato di ogni sua energia, il vecchio che mentre cerca di caricare il ragazzo sul cavallo viene mortalmente ferito da Leah e Argail che si rialza completamente inzaccherato: sarà caduto dalla finestra?
Spogliamo i cadaveri dei loro averi, qualche denaro, qualche arma, i bracciali del vecchio, le armature. Carichiamo tutto sul cavallo rimasto e rientriamo in casa, o meglio in quel che resta della casa. Il vecchio saetta ha prodotto parecchi danni. Il glifo di guardia, brillante idea del chierico per proteggere il ragazzo, di certo non ha giovato alla stanza di sopra. Faccio finta di non vedere quindi la saccoccia con 100 monete d’oro che Argail allunga al pastore, finalmente rincuorato da qualcosa: vecchio avido.
Sul tavolo il biglietto trovato sul corpo del vecchio: “Avvistati ad ovest del fiume. Uccideteli tutti. Portate in città presso il magazzino la testa del ragazzo sotto sale”
Chi l’avrà scritto? Chi può volere una simile atrocità? Quanto oro deve possedere per potersi permettere dei mercenari abili quanto il vecchio ed i suoi compagni?
Ma ancora una volta nessuno mi ascolta, la compagnia ha deciso di andare a cercare Armon nella foresta di Myr…sì proprio quella su cui regna incontrastato signore e padrone il temibile drago verde Ake.
Provasse l’elfo a sfruttare con lui la sua empatia animale!
Grazie a Matte, in arte Jiriki, il nouvo post della grande avventura: Ecco gli orchi!

Buona lettura!

DM

Orchi

Non finiranno mai di stupirmi, i figli del tramonto. Vivo nelle loro terre da un tempo che equivale a diverse loro vite, li osservo da quando ho lasciato la Verde Madre – il mio canto allora era giovane – ma ancora restano un mistero. Non somigliano ad alcuna delle creature che i Primi Antichi plasmarono dal Silenzio con le prime note della musica che ancora muove il mondo. La loro radice è giovane, e selvatica, e carica di vita. Come l’edera che in una stagione cresce sui tronchi fino a prendere il sole che le querce antiche hanno guadagnato in mille lune, così la loro stirpe si getta in avanti, cammina senza grazia su terreni che erano antichi quando il loro primo avo era in fasce. Usano il Canto senza sapere nemmeno cosa sia, ed è straordinario come siano portati, come il Canto prediliga la loro stirpe senza memoria. Mago, si fa chiamare, il figlio d’uomo che mi ha appena raggiunto sulla cengia di roccia fuori dal fortino; il Canto lo ha quasi perduto, più di una volta, ma continua a scavare in una storia non sua, e annota sul suo grimorio i nomi distorti di ciò che incontra scavando, come farebbe Akitob il Nano nelle sue miniere. Li ho visti discutere innumerevoli volte, ho visto la diffidenza del nano per quella che chiamano magia trasformarsi spesso in rabbia – e paura, anche se il guerriero non lo ammetterebbe mai – senza rendersi conto che entrambi non fanno che cercare un tornaconto, uno in ricchezza, l’altro in potere, da una terra e da una forma di vita che li sovrasta. Si somigliano molto più di quanto le apparenze direbbero. Quello che non somiglia a nessuno degli uomini che ho visto maneggiare il Canto è il ragazzo. E’ comparso qualche istante fa dal tunnel alle nostre spalle, assieme a Leah, la sua ombra, e ora, dopo le ore in cui sembrava ormai perduto nella malia della voce antica, nemmeno il suono assordante dei corni di guerra sembra raggiungerlo nella sua ritrovata serenità. Il ragazzo non pone resistenza al Canto, non lo cerca, non lo manipola. Il Canto gli passa attraverso come ad una porta: la sua volontà è come acqua di sorgente, che non sporca e non rallenta il fluire del potere. La gente del chierico ci ha chiesto di proteggerlo, ma inizio a dubitare che sappiano esattamente chi o cosa sia. E’ mortale, questo è certo, come sono mortali tutti quelli che in questo momento scrutano con me le chiome del bosco ai nostri piedi nella speranza di intuire l’origine del suono incessante. E’ ora di farli scendere, e di riportarli a Triel. Fingo di essere troppo impegnato con l’imbragatura del nano per rispondere quando Leah mi chiede se io sappia riconoscere il suono cupo dei corni, che sembra venire ormai da ogni direzione, ma mentre, per ultimo, mi calo dallo sperone di roccia, sento tra le mani Elebron, il mio arco perduto, e il pungente odore di resina e sottobosco viene sopraffatto dal lezzo delle pelli marce, delle loro sudicie bocche, del cuoio e del grasso rancido e per un istante rivedo al mio fianco la falange delle Frecce di Felce, alle porte della Città d’Estate, e davanti a noi la verde, putrida marea degli orchi di Staknag, il latrato dei corni di guerra contro il nostro canto di battaglia. Non si tratta più solo di un ricordo: ora che siamo nel bosco sento chiaramente il loro odore. Sono tanti, e non c’era bisogno del mio olfatto per capirlo, ma c’è qualcosa di peggio. Gli orchi sono creature di terra e Canto, frutti marci di un albero sano, ed è normale che conservino, mista al fetore, l’essenza delle Parole di Nascita, ma l’aria del bosco è impregnata di Parole meno antiche ma altrettanto potenti. I pelleverde che stanno facendo vibrare la terra hanno addosso il marchio di qualcuno che ha radici profonde, e oscure. “più svelti!” grido ai miei compagni. Achitob mi guarda storto, una maschera di sudore, mentre cerca come meglio può di tenersi in equilibrio sulla torcia che gli funge da gamba. Continuando la marcia, mi preparo ad apprezzare quanto sia appropriata la lingua nanica per gli insulti, ma qualcosa trattiene la lingua – abitualmente così svelta - del nostro guerriero. Il fiatone, penso, o forse la consapevolezza che l’orso, se non fosse stato per me, si sarebbe potuto prendere più che la sua gamba di legno, in cambio della sua avventatezza. Davanti alla porta orientale di Triel, ai fragili battenti di tronchi di legno, è quasi un sorriso quello che mi sale alle labbra davanti alla cocciuta illusione umana della difesa, della separazione, della delimitazione del dentro dal fuori. La Città d’Estate non ha mura, eppure non ha mai capitolato, in millenni di splendore. Le fragili mura di Triel, attorno a cui la povera gente si affanna, in preda al panico, tremano già adesso. I suoi difensori, le cui teste si affacciano impaurite sugli spalti, sono contadini ed artigiani, e nemmeno il coraggio di qualunque animale che difenda la propria tana può trasformarli in guerrieri. Tantomeno se alle loro porte stanno per presentarsi i Nati dalla Palude. Jorinson ci viene incontro appena varcata la porta, che viene chiusa e sprangata alle nostre spalle. “Orchi” dice “a centinaia. Forse migliaia. Sono comparsi dal nulla. Le sentinelle, quelle che sono rientrate, dicono che se li sono trovati davanti senza avere udito un solo suono.” Guardo i miei compagni: a parte il giovane Leah, che osserva con sincera compassione i preparativi degli abitanti impauriti, mentre istintivamente avvicina a sé il ragazzo, gli altri hanno una luce che già altre volte ho visto. Forse è la parola “migliaia” a rendere così allettante la prospettiva. Forse invece il fatto che, a differenza degli abitanti di Triel, per noi sarà solo un’altra battaglia, e non la fine di una vita a cui il patetico muro di tronchi dava una parvenza di sicurezza. “Ho degli ordini per…” riprende Jorinson, alzando la voce per sovrastare il suono dei corni e i richiami allarmati degli abitanti, ma Akitob, scostando con la sua consueta grazia il mago e il chierico, gli si para davanti, picchiettando con l’ascia la sua gruccia d’emergenza “Voglio una gamba, e che sia di ottima fattura. Non fra un giorno o due, non li abbiamo. La voglio ora!”. Quello che non ha fatto la notizia dell’imminente assedio, lo fa il nostro nano pirotecnico: un cerchio di occhi stupefatti si volge all’unisono verso il nostro guerriero, ma non sono che il vago riflesso dello sbigottimento di Jorinson. Se Akitob avesse chiesto dell’idromele aromatizzato alla cannella, probabilmente la cosa sarebbe suonata più adatta alla situazione. Dopo diversi minuti di accesa discussione – dalla quale, affilati dall’esperienza, ognuno di noi si è tenuto sapientemente fuori – ed un accordo strappato a fatica di tentare il possibile per la gamba di Akitob nel poco tempo a disposizione, il falegname ci informa che il villaggio è circondato, e la nostra unica via di fuga risiede in Raili, la chierica di Triel, che sta preparando al tempio il rito necessario a portarci via da qui. Teletrasportarci, è il termine che usa Jorinson. I figli del tramonto hanno imparato a maneggiare uno dei Canti più potenti, la Parola di Spostamento, e gli hanno anche trovato un nuovo nome. Al pensiero dell’ultimo Spostamento, ricordo come anche in questo la natura umana segua la Via dell’Edera: dovendo imparare nello spazio di una vita così breve quello che solo i nostri Primi Avi, dopo secoli, si azzardano ad usare, gli Spostamenti cantati dagli uomini sono pericolosi, e di sicuro poco piacevoli. Se un Mago Rosso di Thai ci ha fatto sfiorare la Non Esistenza così da vicino, preferisco non pensare a cosa potrebbe comportare essere cantati da una chierica di villaggio. Le prime salve di frecce iniziano ad arrivare a Triel, seminando il panico tra gli abitanti, quando decidiamo di separarci: il villaggio ha troppe porte da difendere e Raili ha bisogno di tempo per preparare il Canto. Leah, il Cantore e Argail si dirigono verso il tempio, che è a pochi isolati dalla porta, verso sud, mentre io ed Akitob decidiamo di tenere la porta di nordest. Io mi occuperò di gestire gli arcieri, Akitob… beh, il nano non ha esattamente le doti del condottiero, immagino che gestirà l’eventuale attacco da terra alla sua maniera: come il cinghiale. Solo con le sue zanne, ascia bipenne e forza fisica. Raggiungo gli spalti – poco più che una passerella di tronchi in cima alle mura – e trovo già alcuni arcieri a terra, gli altri, atterriti, se non si tengono rannicchiati contro la palizzata, tirano senza costrutto a bersagli troppo lontani. E pressoché invisibili, avvolti come sono in una nebbia che di naturale ha davvero poco. Una Voce la muove, è fin troppo evidente. Uno scudo sfilacciato di bruma avvolge i ranghi degli orchi mentre si avvicinano alla palizzata. Incocco e tiro ad un orco bruno, piuttosto alto e robusto, armato di un’ascia – un caporale, per quanto si possa applicare una gerarchia a queste bestie snaturate. Cade a terra, con un grugnito strozzato. Il Canto li protegge solo dalla vista, la loro carne marcia è vulnerabile: lo scontro sarà più equo, tolta la sproporzione numerica. La Verde Madre insegna che un solo abete può togliere il sole a tanti arbusti, prima di cadere. I pelleverde iniziano a sciamare, dalla nebbia, con grida oscene. Pochi esemplari indossano corazze, in campo aperto sono tutti tiri facili. Quasi inconsciamente intono la Nenia del Pastore di Stelle, mentre restituisco alla polvere quello che non ne sarebbe mai dovuto uscire. Alcuni arcieri di Triel, al mio fianco sugli spalti, si tolgono dai ripari e cominciano a tirare sulla marea verde che via via si avvicina alle mura. “Puntate al collo, e ai fianchi. Tirate a bersagli facili e vicini” dico loro. Non sono certo le Frecce di Felce, ma sotto i nostri colpi, i corpi a terra sotto la porta di nordest iniziano ad aumentare: la Nenia non è un Canto vero, di solito la uso per ammansire gli animali, ma il cuore si somiglia in tutti i figli dei Primi Antichi, e per certi versi i Figli dell’Edera sono più vicini agli orsi delle grotte di quanto credano. L’attacco per ora sembra solo un tentativo di assaggiare le nostre difese, almeno in questa zona delle mura. Da terra, Akitob mi grida che hanno sfondato più a sud, e ce li ritroveremo presto addosso dalle spalle. Il tono è quello gioviale con cui di solito annuncia il ritrovamento di un barile di birra o di una scatola di tabacco: il nano si sta annoiando. Rivolgo lo sguardo verso il limitare della nebbia; Akitob a breve potrebbe avere più lavoro di quanto ne desidera ora. Una fiamma sta correndo lungo la linea degli arcieri orchi; c’era da aspettarselo “frecce incendiarie!” grido. Tra le grida di sgomento, Akitob ribatte “Sì, ma loro? Quando arrivano le dannate bestie?”. Arrivano, e tenteranno di farlo dalla porta principale, a quanto pare: quattro di loro, grossi quasi il doppio di un esemplare di taglia media, hanno appena trascinato davanti allo schieramento il loro ariete da assedio, un ciclope che potrebbe essere alto come gli spalti da cui grido ad Akitob “La tua pazienza sarà premiata presto, nano! Potrai bagnare l’ascia nel sangue di un ciclope!” Gli aguzzini del ciclope stanno frustando a sangue la creatura, che lancia grida disumane sollevando da terra gli enegumeni che lo trattengono per le catene. Avrò solo un tiro buono, quando lo scaglieranno contro la porta. Cerco nella faretra la freccia migliore – lavoro non facile, per chi è abituato alle jao-e-maia, la Mani Lontane – e intono su di lei la Nenia del Buon Viaggio. Incocco proprio nel momento in cui, con un clangore di catene, il ciclope viene liberato. Folle di rabbia, in un attimo è sotto le mura. Lascio andare la corda, rilascio il respiro, e un istante dopo un ululato fa tremare le mura e gli spalti. Il ciclope barcolla all’indietro, si porta le mani al viso, e le dita gli si arrossano di sangue. Cieco e folle di dolore, il mostro comincia a menare fendenti con le sue enormi leve, schiantando e lanciando in aria gli orchi più vicini. Gli arcieri, fino ad un momento prima ammutoliti dal terrore per la comparsa della creatura, emettono un ruggito di trionfo, e rafforzano le salve di dardi sui pelleverde in rotta. Il primo colpo del ciclope sulla palizzata fa vibrare l’aria stessa, un urto che manda a terra la maggior parte della linea di tiro, mentre un sinistro rumore di legna spezzata genera grida di angoscia nella fanteria di Triel ai piedi delle mura, e un “Ha!” di esaltato entusiasmo da parte di Akitob, che vedo calarsi l’elmo in testa e brandeggiare la massiccia ascia nanica. Altri due colpi alla cieca vanno a segno sulla palizzata, che si schianta in un punto poco più in là della mia posizione. Questione di istanti, e la marea verde è dentro le mura, e con grida di gioia selvaggia si lancia sul manipolo di fanti, capeggiati da Akitob. Tirare sugli orchi in schermaglia non è più tanto facile, ma riesco a piazzare ancora qualche freccia nelle viscere degli odiosi attaccanti. Dalla mia posizione elevata è però fin troppo chiaro che lo scontro è impari. E’ tempo di ripiegare verso il tempio, e sperare che la chierica abbia completato il Canto. Balzo oltre la breccia, e lancio ad Akitob, impegnato in uno scontro con una decina di orchi, una corda. “Vieni su, dobbiamo raggiungere gli altri!” il nano esita qualche istante, contrariato, ma alla fine si fa issare sugli spalti “Guastafeste!” mi grida dietro, mentre mi segue lungo il camminamento delle mura. Dopo duecento passi, tra i tetti e le case di Triel compare, a pochi metri dalle mura, un edificio di pietra bianca, spartano ma curato. Sul lato che affaccia sulla strada, una via ampia se paragonata ai vicoli angusti di Triel, una massa informe e scura, simile a nebbia, impedisce di vedere, dalla nostra posizione, gran parte della facciata del tempio. Gooose il Cantore è ancora vivo, e in piena attività. “Altri orchi, laggiù, oltre il Canto di Oscurità!” dico ad Akitob, indicando un manipolo di pelleverde armati di spada. Con un’agilità inattesa in un nano con una gamba di legno, il mio compagno si lancia dagli spalti e corre verso la mischia, nella quale riconosco le vesti clericali e la spada di Argail. Ripongo l’arco, e metto mano alle spade: è arrivato il momento di vedere da vicino il marciume, sentire sul volto il suo ultimo respiro. Mentre faccio fronte con Akitob ed Argail contro gli orchi che riescono ad attraversare una specie di Canto di Inibizione che Gooose ha posto davanti a noi, realizzo che Triel è perduta, e che stiamo per lasciare centinaia di vite in balia della ferocia orchesca, fuggendo. Il ragazzo è il nostro lasciapassare per una salvezza che verrà invece negata agli abitanti della cittadina. Colpisco con tale rabbia il pelleverde sbavante che mi si para davanti da tagliarlo quasi in due, mentre il suo sangue mi schizza addosso. Sto per lanciarmi in avanti quando Argail dice, con voce innaturale “Il Portale è aperto, venite, presto!” “E Leah? E il ragazzo?” chiede Akitob. “Sono nel tempio, al centro dell’Oscurità… Leah! Mi senti? Uscite di lì, Raili è pronta!” grida il Cantore, prima di girarsi verso l’ingresso del giardino sul fianco dell’edificio, dove, vengo a sapere, la chierica ha aperto la Strada Senza Terra. All’interno, un’umana minuta, dai tratti delicati ma dallo sguardo fermo e segnato da una concentrazione altissima sta, con le braccia divaricate e le mani aperte, di fronte ad una Porta, uno spazio di luce cangiante che riverbera le piante attorno di raggi liquidi di luce. “Dove è il quinto? Svelti, non posso tenere aperto il Passaggio per molto!” dice, rivolta a Argail, la donna, con un filo di voce stravolta dallo sforzo. “Leah e il ragazzo saranno qui a momenti, Raili, non temere” le risponde il chierico, e la frase quasi gli muore in gola quando vede lo sguardo della chierica stravolto dal terrore. “Sei? Siete in sei?? Il Portale consente il passaggio di solo cinque persone!” Quasi facesse eco alle sue parole disperate, la Porta per un istante vacilla, e la luce perde di intensità. Seguono istanti di totale silenzio, in cui ognuno di noi valuta la portata di questa notizia. Chiunque resti indietro è perduto; il Canto di Inibizione non terrà a lungo, e comunque gli orchi sono dentro a Triel, il destino di chi resta a questo estremo della Strada è segnato. La voce di Argail rompe il silenzio proprio nel momento in cui Leah e il ragazzo entrano trafelati nel giardino “Resto io” poi, rivolto al paladino “Leah, andate prima tu e il ragazzo: ricordati, la sua vita e la sua salvezza contano più di ogni altra cosa”. Il giovane guerriero non ha bisogno di spiegazioni, lo sguardo che gli sta rivolgendo Argail è talmente determinato che lui e il ragazzo varcano la Porta senza quasi fermarsi. Gooose li segue, salutando con un cenno del capo, una sorta di inchino, il chierico. E’ il mio turno di passare. “I Primi Antichi veglino sui tuoi passi, figlio del Tramonto”. L’istante dopo, è buio e vertigine.

martedì 17 novembre 2009

Grazie ad Ale, in arte Gooose, caro lettore, potrai leggere il primo capitolo delle nostre fatiche.
Speriamo possano divertirti!

DM

La valle dei sussurri

Eravamo ancora a casa di quel Stephan Johnson, o come diavolo si chiamava… questa tra tutte le insopportabili missioni affibbiateci dall’Onda era sicuramente la più stupida, oscura e noiosa che avessimo affrontato. Fare da scorta al giovane rampollo di una nobile famiglia di Waterdeep, minacciato da chissà quali terribili creature… ma poi scorta per dove? L’Onda non ci aveva dato nessuna destinazione, il ragazzo sembrava ancora più stupido che ricco e non accennava a dirci cosa avremmo dovuto fare. In sostanza era più di un giorno che non ci muovevamo da quella dannata casa!
Mi annoiavo terribilmente, ma avevo in realtà il leggero presentimento che tutto si sarebbe presto trasformato in qualcosa di molto pericoloso. Al momento comunque volevo solo andarmene dalla casa di quell’umile falegname nella quale eravamo quasi prigionieri. Ci mancava solo che adesso incolpasse noi per quello che era accaduto al suo bambino, che ora giaceva a terra con la bava alla bocca in stato catatonico… il piccolo penso proprio che fosse stato momentaneamente posseduto da un Vampiro di nostra vecchia conoscenza, che l’aveva utilizzato a quanto pare per cercare Valiant, il nostro protetto. Beh, l’aveva trovato, se quello era il suo scopo, e subito dopo aveva abbandonato il corpo del piccolo. Carne debole, poca tempra, quell’incontro aveva lasciato al bambino un ricordo probabilmente indelebile, non so se si sarebbe mai ripreso, non mi interessava.
Certamente però Valiant ai miei occhi aveva assunto un altro interesse da quando avevo capito chi lo stesse cercando. Il giovane Paladino che da poco si era aggiunto alla nostra compagnia aveva detto che in lui c’era qualcosa di non naturale, di buono oltre l’umana comprensione, ma non gli avevo dato ascolto… quel ragazzotto era fin troppo entusiasta e riusciva a vedere bontà anche nell’orco che stava per fracassargli l’elmo con una roncolata! Forse però questa volta non si era sbagliato.
“La Valle dei Sussurri, dobbiamo andare alla Valle dei Sussurri… il Fortino degli Orchi… portatemi alla Valle dei Sussurri… “
Era Valiant a parlare. A dire il vero, era una delle prime volte che lo sentivamo parlare, ma scambiando una rapida occhiata con Akitob il Nano e l’Elfo dal nome impronunciabile, capii subito che non ero stato l’unico ad avere l’impressione che nel ragazzo qualcosa fosse cambiato, che la voce che sentivamo non fosse sua più di quanto fosse mia la spada a due mani appoggiata al muro. Mi strinsi la tunica rosso cremisi in vita, assicurai il mio libro degli incantesimi con due cinghie incrociate sul fianco destro, sotto il mantello, presi il bastone e dissi “Andiamo”.
L’ Elfo si stava informando da Stephan sulla strada più veloce per la Valle dei Sussurri, sulla direzione dei venti nella valle, la flora che avremmo incontrato, la presenza di corsi d’acqua, e altre sciocchezze di cui si interessava in continuazione… esagerava talvolta, ma era un buon Ranger, sapeva il fatto suo, e la compagnia ne aveva sicuramente bisogno. Oltretutto il fatto che non fosse un umano me lo faceva riuscire sicuramente gradito.
Akitob stava rimettendo con estrema cura il tabacco nella piccola custodia di cuoio lavorato per proteggerlo dall’umidità (l’unica cosa che maneggiasse con attenzione e cura maniacale erano la sua pipa e il suo tabacco, per il resto delle mansioni quotidiane, usava l’ascia più delle mani, e tante volte della testa).
Leah, il Paladino, cercava di calmare il ragazzo, ora piuttosto agitato.
Non c’erano tracce del chierico. Era sicuramente al piano di sopra, in camera, a pregare la sua dea e incensare i suoi ninnoli sacri… Argail non mi andava troppo a genio all’inizio, era un umano, per di più un religioso, anche se amava definirsi “crociato”, ma dopo tutto quel tempo avevo imparato a sopportarlo e a rispettarlo. In battaglia lui e Akitob si erano più volte presi un fendente al posto mio, e anche se portava addosso abiti sacri, dopotutto era un buon combattente, coraggioso ma non troppo, come piacciono a me. Leah andò chiamare il chierico e partimmo.
Finalmente lasciavamo Triel. Quella città, come tutte le altre in quella zona, aveva il colore e il puzzo di una fogna sotto la pioggia e avrei preferito infilarmi in una palude piuttosto che rimanere tra quelle strade di fango. In effetti la Valle dei Sussurri, a due sole ore di marcia da Triel, ci si presentò più o meno come una palude. C’erano alberi caduti sul sentiero, tronchi marci e poca luce. Il Ranger davanti a tutti fu il primo ad accorgersi dell’ingresso al Fortino degli Orchi, dopo altre due ore di marcia. Si trattava di una fenditura nella roccia alla nostra destra, una trentina di metri più in alto della radura in cui eravamo sbucati. Era quasi invisibile dalla nostra posizione, e quasi irraggiungibile da parte di rocciatori poco esperti come noi (Akitob con la sua gambetta corta e l’altra di legno avrebbe sicuramente fatto molta fatica su quel pendio). Stavo per teletrasportarmi lassù, quando l’Elfo mi interruppe:
“Ti monto in spalla, non vorrai andare lassù da solo? Abbiamo un solo mago, e una sola persona abbastanza leggera da montargli in spalla senza sbriciolarlo sotto il suo peso…”.
Acconsentii, fare l’eroe non era mai stato il mio desiderio. Avevo qualche dubbio in proposito, invece la Porta Dimensionale funzionò a meraviglia anche per due persone e ci ritrovammo in cima al promontorio di roccia, davanti all’ingresso di quella che sembrava una grossa grotta. Da lassù l’Elfo lanciò una corda ai nostri compagni di sotto, la fissò con un chiodo alla roccia e in qualche modo issammo tutti, nano compreso, sullo sperone.
Valiant che non aveva smesso un minuto di parlare di quanto dovessimo fare in fretta fino a quel momento, alla vista dell’ingresso buio del Fortino sembrò tranquillizzarsi un po’.
Dai portatorce inutilizzati all’ingresso, le foglie e il terriccio portati dal vento uniformemente distribuiti sul pavimento di roccia all’interno, sembrava davvero una grotta abbandonata - questo almeno stava bofonchiando in elfico il Ranger. Accendemmo le nostre torce ed entrammo, un guerriero ad aprire ed uno a chiudere la fila, come sempre. Del ragazzo si occupava Leah, che come al solito era in prima fila quando si trattava di prendersi cura di un innocente… un innocente fino a prova contraria, pensavo io. La caverna svoltava decisamente a destra, e nella roccia si apriva poi uno stretto cunicolo che dava su una sala illuminata dall’altra parte. “C’è odore di orsi” bisbigliò il Ranger, bloccando la fila prima di imboccare il cunicolo. “State fermi qui, provo a vedere con chi abbiamo a che fare”. L’Elfo prese una razione di carne essiccata dal suo zaino e la lanciò all’interno della sala, oltre al cunicolo. Avvertimmo tutti un movimento e un grugnito, nient’altro. Poi un urlo. Non dalla sala, ma da dietro le nostre spalle. Era Akitob, che aveva impugnato saldamente l’ascia bipenne, aveva scostato con una manata me, Argail e l’Elfo, e si stava precipitando come una valanga oltre al cunicolo. Accadde tutto molto in fretta, il Ranger imprecò in elfico con parole che nei boschi sacri sono proibite da millenni, Argail estrasse la sua spada, si sentì un ruggito, uno sbattere a vuoto di zanne, poi un urlo soffocato e una nube di scheggie di legno che arrivarono fino ai nostri piedi. “Fermate quell’idiota!” urlò l’Elfo. Mi precipitai oltre al cunicolo dietro al Crociato, giusto in tempo per vedere Akitob, in equilibrio sulla sua sola gamba sana, colpire di striscio la zampa destra di un orso di dimensioni enormi, che ora stava portandosi alla bocca il bottino strappato al nano: la sua gamba di legno. “Fermatelo, io posso calmare l’orso!” gridò da dietro ancora l’Elfo. Il chierico temporeggiava, indeciso se attaccare l’orso o stordire Akitob (il solo modo di fermarlo in questi casi). Decisi io per tutti: con un movimento delle mani e poche parole ben pronunciate intrappolai lo stupido Nano in una bolla di forza che né lui né l’orso avrebbero potuto attraversare. Era il momento di lasciare al Ranger il suo lavoro – o la sua fine – e mi ritirai veloce dentro al cunicolo. Tornò indietro anche Argail, spingendo con sé il Nano nella bolla.
La cosa non durò molto, non so proprio come ci fosse riuscito ma quell’Elfo aveva ammansito un orso di quattro metri d’altezza, che sembrava del tutto intenzionato ora a lasciarci passare (anche se un basso grugnito alla vista del Nano mutilato dentro alla sua bolla se lo lasciò scappare).
Avevamo un problema adesso, più di quanto non lo avessimo prima: la bolla non sarebbe durata in eterno, e iniziava anzi già a dissolversi, ed il nostro prode Nano, già goffo nei suoi movimenti prima di quell’incontro, adesso non poteva in nessun modo camminare. Non potei trattenere una risata quando balenò a qualcuno l’unica soluzione possibile in quel momento: fissare alla bell’e meglio al moncone di legno una delle torce che non stavamo utilizzando. L’operazione richiese alcuni minuti, diversa corda e il chiodo da arrampicata utilizzato in precedenza, oltre a molta fantasia. Il Nano adesso aveva un’espressione imbronciata da orgoglio ferito e senza una parola si rialzò e traballante si avvicinò all’imbocco della sala successiva.
Fu allora che sentimmo il primo sussurro. Sembrava vento e allo stesso momento eravamo sicuri non lo fosse. Arrivò e passò in un attimo.
La grotta si stringeva ora, ma il soffitto pareva perdersi nel cuore della montagna. I nostri occhi, fin dove potevano arrivare, vedevano in alto solo spesse ed intricate ragnatele, biancastre e filamentose. Non mi erano mai piaciuti i ragni, la nostra compagnia invece era sempre piaciuta a loro. Le ragnatele stranamente non arrivavano fino a terra, e a pensarci adesso a mente fredda, mi chiedo come abbiamo potuto essere così stupidi da non capire da soli a cosa andavamo incontro. Bastò infatti un cenno d’intesa che sottointendeva un ripugnante ricordo, per farci decidere senza parlare che l’unica soluzione fosse di passare il più in fretta possibile per quella sala. Così facemmo. O almeno, così avremmo voluto fare.
Quello che sentii appena misi piede nella sala furono vischiose ragnatele invisibili sul volto e le mani, e l’urlo di avvertimento che volevo lanciare a chi non era ancora entrato mi rimase in gola, serrato tra le mandibole ora pesanti come cemento. Il braccio sinistro che istintivamente avevo cercato di portare verso la spalla destra per teletrasportarmi oltre quella dannata sala, si fermò a mezz’aria mentre il veleno paralizzante agiva sul resto del corpo. La cosa che più maledii furono gli occhi tenuti aperti, che ora mi permettevano di vedere Akitob dalla tempra d’acciaio passare attraverso la sala, lento ma inesorabile, senza che nemmeno si fosse reso conto di quello che succedeva alle sue spalle. Poi uno ad uno i miei compagni, con sguardi di orrore, fermi come statue di cera. Gli occhi, istintivamente, corsero verso l’alto.
Come una gigantesca biglia nera lanciata in un pozzo, un ragno stava letteralmente “cadendo” verso di noi, con due zampe si teneva saldo ad una lunga ragnatela, con le altre sei era pronto a dilaniarci. Piombò sulla testa di Argail, cercando di morderlo e colpirlo in un nugolo di zampe pelose. Vidi Akitob lanciare qualcosa verso il ragno, che si spostò veloce verso la nuova preda, prima di scoprire che era solo uno zaino. Il diversivo aveva avuto la sua efficacia, Argail si risvegliò dalla paralisi, e un secondo dopo l’Elfo, sul quale si era già portato il ragno, colpendo ferocemente coi suoi arti neri. Argail lo colpì più volte con la spada, mentre l’Elfo faceva bere una pozione a Leah per liberarlo dalla paralisi. In quel momento sentii il braccio sinistro sciogliersi, e veloce lo spostai dalla spalla destra verso cui era diretto, al polso della mano destra, che aprendosi lasciò saettare nell’aria quattro verdognoli dardi, che colpirono senza errore la bestia. Eravamo tutti liberi ora, e il ragno era decisamente in una posizione sfavorevole, in mezzo a tre spade che recidevano le sue zampe senza pietà. Battè veloce in fuga, inseguito da altri quattro miei dardi.
Nella sala successiva avrei rimpianto la leggerezza di utilizzare una preziosa magia contro un essere già in fuga.
“Grazie amico, mi hai salvato la vita, ripagherò con mille vite di orrendi nemici della tua e della mia razza, che passeranno sulla mia lama giusta ed inesorabile!”. Era Leah a parlare ovviamente, si rivolgeva all’Elfo, che ridacchiò alla grande enfasi nelle parole del ragazzo. Akitob in un angolo borbottava improperi a noi compagni irriconoscenti, che stavamo a guardare mentre cercava di recuperare “lo zaino che ha salvato tutte le vostre chiappe”, che pendeva dalle ragnatele ad un’altezza proibitiva per il Nano.
“Ecco qui piccolo amico!” disse Leah, porgendoglielo agilmente.
“Chiamami ancora piccolo amico e ti faccio assaggiare dal deretano la mia nuovissima gamba di legno!”. Argail si intromise tra i due, mentre Leah cercava di spiegare come avesse solo voluto essere gentile. Dovettero tutti evitare lo sputo che il Nano lasciò alle sue spalle prima di proseguire oltre. L’Elfo guardò disgustato il piccolo essere, che ora borbottava in nanico frasi poco rispettose verso gli Elfi curiosi e la loro progenie. Osservando quell’accozzaglia di malandati vagabondi che chiamavamo “Compagnia”, mi accorsi che dopotutto, per quanto li ritenessi inferiori, mi facevano ridere, ed erano i migliori compagni di viaggio che potessi desiderare.
Ci affacciammo al passaggio di pietra che dava sulla sala successiva. Era una sala rotonda, una decina di metri separavano il lato da cui eravamo arrivati dalla parete di fronte, in cui svettava un grande trono dorato, ora piuttosto malconcio. Alle pareti arazzi smangiati dal tempo, rappresentanti figure che non riconoscevo. Al centro, grottescamente illuminato da un filo di luce che calava dal piccolo foro nella volta di pietra, un gran quantitativo di ossa sporche, che dovevano essere lì da parecchio tempo.
“Maledettissimi Orchi! Questa è la fine che meritate!”
“Non solo Orchi Akitob - gli fece eco l’Elfo – ci sono anche Umani, Orchetti, Goblin, Ogre, un Troll e diverse razze d’animali…”
“Niente Nani però! Ah!”
“Forse perchè non arrivate ad arrampicarvi all’entrata… non ci sono nemmeno nobili Elfi comunque”
“Piantatela voi due, piuttosto datemi una mano a tenere questo monello” intervenne Leah, che in effetti grande e grosso com’era nella sua armatura lucente, stava facendo una gran fatica a tenere calmo Valiant, che cercava di divincolarsi e sembrava voler correre verso il trono, o le ossa forse.
“Tenete calmo il ragazzo, non è sicuro qui” il Nano si era ora accovacciato a terra e toccava le pietre del pavimento e del muro, come spesso l’avevamo visto fare in altre grotte, in altre avventure.
“Ah! Lo dicevo io! Laggiù, le vedete quelle pietre smosse e quella polverina sul pavimento? Quella è una porta segreta, per la barba di Bahamut! Ma c’è un meccanismo, proprio là davanti, pronto a scattare. Una bella trappola per stupidi Elfi, ve lo dice un Nano!”
In quel momento sentimmo il secondo sussurro.
Era decisamente più nitido del primo, e anche se sembrava vento che attraversava il sottile foro sopra le nostre teste, non un alito si era smosso e l’aria era immota e greve come prima.
Il Nano si era allontanato dall’ingresso e da noi nell’esplorazione della caverna, e quello che apparve assieme al sussurro, apparve a pochi passi da Akitob, chino ancora sulla roccia.
“Attento stolto!” gli gridò il Ranger. Una forma semitrasparente e biancastra, quello che una volta doveva essere stato un uomo ben vestito ed incoronato, un Re che sicuramente aveva seduto su quel trono consunto, comparve proprio sopra il cumulo di ossa. Era alto e terribile nell’espressione, e il gelo si fece nella stanza.
“Sono Gooose, al vostro servizio, nobile sovrano” provai. Avevo una certa dimestichezza con le creature del piano negativo, o almeno così pensavo.
Non mi degnò di uno sguardo. Fissava invece Leah e Valiant, con odio terribile.
“Andatevene immediatamente” fu quello che sentirono chiaramente i due, come ci avrebbero riferito più tardi, noi sentimmo solo una sorta di urlo nelle nostre teste, ma il messaggio era chiaro anche senza le parole.
Il fantasma non ci voleva nella sua dimora, e presto avremmo fatto compagnia al resto delle ossa se non ce ne fossimo andati.
Il Chierico estrasse uno dei suoi oggetti sacri e mormorando preghiere lo strinse tra le mani, guardando con occhi infuocati il Fantasma. Quello rideva e Argail capì di trovarsi di fronte ad una creatura oltre le sue possibilità.
Valiant scalpitava davvero adesso, ed era impossibile per Leah trattenerlo. Con uno strattone sfuggì dalla sua presa, correndo verso il Fantasma. Io e Argail fummo più veloci di lui. Io allungai il bastone per farlo inciampare, Argail gli si buttò sopra a peso morto. Scalciò parecchio colpendomi, quello stupido moccioso, ma la bastonata che stavo per sferrargli venne abilmente parata dal velocissimo Paladino, che mi guardò come si guarda un figlio che cerca di picchiare il suo fratello minore.
Nel frattempo Akitob aveva pensato di fare una cosa molto stupida e coraggiosa, da Akitob. Si era lanciato lungo il muro verso il trono e la porta segreta gridandoci di tenere occupato il Fantasma mentre lui si occupava della porta. Il Re gli si parò davanti colpendolo con mani fredde e invisibili e il Nano sembrò appesantirsi sulle gambe, gli si allungò la barba rossa e i capelli sotto l’elmo, le rughe sul viso duro si fecero più profonde. Era invecchiato. Lo colpì di rimando con l’ascia magica bipenne. A quel punto ci lanciammo tutti, meno il Chierico ancora alle prese col ragazzo, verso lo spettro.
Fu una battaglia strana. Al fianco di Leah e dell’Elfo, combattevo un essere che non ci infliggeva tagli, o ferite profonde o contusioni, ma ci faceva invecchiare inesorabilmente. Si accanì sull’Elfo all’inizio, forse perché era il più longevo tra noi. Invecchiò parecchio, e quasi non riconoscevo più la pelle d’argento che aveva ora assunto una sfumatura olivastra. Oltre al fantasma, mentre lanciavo le mie Piccole Meteore con scarso successo in sua direzione, vedevo Akitob, che ora appariva decisamente stanco, cercare di disattivare la trappola che aveva trovato. Aveva legato saldamente una corda al suo zaino, che ora roteava in aria con la corda in pugno, per lanciarlo con precisione davanti alla porta.
Quello che successe non lasciò indifferente neppure il Fantasma. Al tocco dello zaino una colonna di fuoco alta fino al soffitto bruciò istantaneamente zaino, corda, e parte delle barba di Akitob. Poco dopo il Nano, ancora un po’ scosso, si avvicinò calmo e aprì la porta, toccando il muro con mani sicure.
Il Fantasma si voltò urlando mentre appariva al Nano una piccola sala di pietra.
Valiant si divincolò definitivamente da Argail, e corse dentro alla sala.
Il poco vantaggio concessocii ci fece mettere a segno qualche buon attacco verso il Re, ma io guardavo oltre, dentro alla piccola nuova sala, dove vedevo il Nano maneggiare a casaccio quella che mi sembrava una piccola scatola in legno bianco, avorio forse… con delle intarsiature d’oro… una giara forse…
Avevo capito. Dovevo entrare immediatamente. Il fantasma non mi aveva ancora colpito, e decisi che fosse il caso che almeno un qualcuno rimanesse giovane in quella compagnia.
Di nuovo alzai il braccio sinistro verso la spalla destra, stavo estendendo il braccio destro ad indicare la piccola saletta. Le formule complesse stavano già fluendo sulle mie labbra. Ancora il tempo di un pensiero e avrei chiuso questa storia per sempre, giovane ancora, tra i miei vecchi compagni.
In quel momento, il Fantasma mi toccò.
Sentii le gambe tremarmi un poco quando ricomparvi dentro alla piccola sala, dopo il passaggio attraverso la Porta Dimensionale. La schiena mi si era fatta più curva, le braccia più deboli. Ero furioso con la mia stupidità e lentezza, mi ero fatto colpire!
Strappai la Giara dalle mani del Nano, che cercava di leggere caratteri a lui oscuri. L’intarsio in antiche rune inciso sui lati dell’oggetto che stringevo tra le mani ossute non era traducibile in parole umane. Parlava di prigionia, di legami e sacrifici indissolubili. Conoscevo quell’oggetto perché l’avevo studiato a lungo da ragazzo, e sognato a lungo. Avevo sognato il potere che poteva dare a chi lo possedeva. Ora che lo stringevo tra le mani, ero disgustato da esso, perché sapevo esattamente quello che ero costretto a fare.
Aprii la Giara.
Una fitta di dolore mi percorse il corpo, sentii caldo e poi freddo terrificanti, e vidi il mio sangue fluire da sotto le mie unghie, e riempire quegli intarsi nell’avorio.
Il Fantasma scomparve all’interno dell’oggetto magico che richiusi immediatamente, e il mio sangue smise di scorrere, facendosi cupo e duro, all’interno degli intagli. Il Re era intrappolato per sempre, o almeno fino a che lo avessi desiderato io.
Ancora più debole di prima, mi voltai per vedere Akitob osservare del Mithrill purissimo con occhi bramosi.
E poi Valiant avvicinarsi ad uno strano oggetto, una barra azzurra che giaceva per terra nella sala.
Tutto quello che vidi dopo fu luce, luce abbagliante e non naturale.
E squilli di trombe in lontananza.

lunedì 16 novembre 2009

Ben ritrovato, caro lettore.

Dopo mesi che tentiamo di ritrovarci per ricominciare a giocare, siamo riusciti a passare un buon due ore in avventura.
Attendiamo con molta ansia il primo "capitolo" di questa esperienza.
Sarà Goooose a riportare le cronache delle ultime fatiche, perchè, diciamolo, sono state vere fatiche.

Speriamo di poterti regalare ,caro amico, qualche momento di sano divertimento.

A presto,

DM e L'Allegra Compagnia